Le scene con il vino che hanno cambiato il modo in cui beviamo

Dal Sideways al Padrino, da American Psycho a Hannibal Lecter: le scene cinematografiche in cui il vino ha cambiato qualcosa — nel film e fuori

Ci sono film in cui il vino appare e scompare senza lasciare traccia. E poi ci sono scene in cui una bottiglia, un calice, un sorso cambiano qualcosa — nella storia, nel personaggio, nello spettatore. Non sempre il vino è il protagonista dichiarato. Spesso è fuori scena: sullo sfondo, tra le mani di qualcuno, nominato di passaggio. Ma è lì che succede qualcosa di interessante. Questa è la prima puntata di Fuori Scena, la rubrica di Vino Boutique su vino e cultura.


1. Sideways (2004) — Il Merlot non si beve, il Pinot Nero si venera

(Sideways) – Fonte: Museo del Vino

Nessun film nella storia del cinema ha avuto un impatto più documentato e misurabile sul mercato del vino di Sideways. Alexander Payne, 2004, Paul Giamatti nel ruolo di Miles Raymond – scrittore fallito, sommelier mancato, uomo in crisi – pronuncia una frase che nel giro di dodici mesi ha cambiato le vendite di due vitigni in tutto il mondo occidentale.

La scena è al ristorante. Il suo amico Jack chiede se possono ordinare Merlot. Miles esplode: “No. Se ordini Merlot me ne vado. Non bevo Merlot.”

Il risultato, documentato da studi di mercato americani citati dal Wall Street Journal, fu una riduzione delle vendite di Merlot negli Stati Uniti del 2% nei 12 mesi successivi all’uscita del film — in un mercato che cresceva costantemente. Le vendite di Pinot Nero, il vitigno amato da Miles, salirono del 16% nello stesso periodo. I produttori della Santa Barbara County, dove il film è ambientato, registrarono un aumento del turismo enologico del 30%.

Non era mai successo che un film cambiasse il mercato del vino in modo così diretto e misurabile. La cosa più interessante è che Miles ha torto sul Merlot — o meglio, ha torto in modo selettivo. Il Pétrus, il vino più venerato della Borgogna, è quasi interamente Merlot. Miles lo sa, e lo dice lui stesso in un’altra scena. Il suo odio per il Merlot non è enologico: è personale, è la proiezione della sua crisi su un vitigno che non ha colpe. Il pubblico ha preso la battuta alla lettera, i produttori di Merlot californiano ne hanno pagato le conseguenze per anni.


2. Il Padrino (1972) — Il vino come codice di potere

Foto della giovane Diane Keaton nel ruolo di Kay Adams sul set de “Il padrino” (1972)

In Il Padrino il vino non si beve: si usa. È uno strumento di comunicazione, di gerarchia, di rispetto. Nelle scene del pranzo di famiglia, nelle riunioni tra le famiglie, nei momenti in cui Vito Corleone riceve qualcuno nel suo studio, il vino è sempre presente ma non viene quasi mai discusso. È lì come lo sono i fiori sul tavolo o il vestito di un personaggio: segnala qualcosa senza dirlo.

La scena più rivelante in questo senso non è una delle più famose. È quella in cui Vito Corleone, nel giardino, beve un bicchiere di vino rosso con suo figlio Michael poco prima di morire. Il vino è semplice, probabilmente siciliano, probabilmente fatto in casa. Non è ostentato. È esattamente il contrario dell’ostentazione: è il vino di chi sa già chi è e non ha niente da dimostrare.

Coppola, che di vino se ne intende in modo non metaforico – la sua cantina in California, la Francis Ford Coppola Winery, esiste ancora ed è una delle più visitate della Napa Valley – ha costruito un’estetica del vino che è sopravvissuta al film. Il vino rosso semplice, bevuto in famiglia, senza cerimonia, è diventato uno dei codici visivi più potenti del cinema americano del dopoguerra. Ha contribuito a normalizzare il vino rosso nella cultura anglosassone in un momento in cui era ancora percepito come un prodotto etnico, quasi esotico.


3. American Psycho (2000) — Il vino come maschera

Patrick Bateman, il personaggio di Christian Bale nel film di Mary Harron tratto dal romanzo di Bret Easton Ellis, ordina vino nei ristoranti di Manhattan con la stessa precisione chirurgica con cui descrive i biglietti da visita dei colleghi. Il vino non gli piace nel senso in cui una persona normale può piacergli qualcosa: lo usa come segnale di status, come codice di appartenenza a una classe, come arma sociale.

La scena del ristorante in cui ordina un Château Léoville-Barton 1979 — un Saint-Julien di second’ordine tra i Grand Cru classés di Bordeaux, classificazione 1855 — è costruita con una precisione che il regista e Ellis hanno studiato. Non è il vino più costoso possibile. È il vino giusto per il contesto: abbastanza specifico da sembrare competente, abbastanza oscuro da non essere accessibile a tutti, abbastanza francese da segnalare sofisticazione internazionale. Bateman non sceglie un Pétrus o un Romanée-Conti — quelli sarebbero troppo ovvi, troppo ostentati. Sceglie qualcosa che solo chi sa davvero può riconoscere.

È probabilmente il ritratto più lucido che il cinema abbia mai offerto di come il vino venga usato come maschera sociale. Non dice niente del gusto di Bateman. Dice tutto della sua necessità di controllo e apparenza. Quello che ha cambiato, fuori dallo schermo, è la consapevolezza che molti spettatori hanno avuto di come anche loro — in misura più normale — usino il vino per comunicare qualcosa di sé prima ancora di aprire la bottiglia.


4. Il Silenzio degli Innocenti (1991) — Una frase, trent’anni di citazioni

“Ho mangiato il suo fegato con alcune fave e un eccellente Chianti.”

Hannibal Lecter lo dice con un mezzo sorriso, quasi come stesse raccontando una ricetta di domenica. Anthony Hopkins ha dichiarato in diverse interviste di aver costruito quel momento con precisione: la pausa prima di “eccellente”, l’accento leggermente aspirato su “Chianti”, il fatto che il vino venga menzionato con la stessa naturalezza degli altri ingredienti.

La frase è diventata una delle più citate della storia del cinema, e ha fatto due cose apparentemente contraddittorie al vino italiano. Da un lato ha associato il Chianti a un contesto di horror e disturbo — non esattamente l’endorsement che i produttori toscani avrebbero scelto. Dall’altro ha reso il Chianti protagonista di una delle scene più memorabili della storia del cinema americano, in un momento in cui il vino italiano stava cercando di affermarsi sul mercato internazionale dopo anni di reputazione mediocre legata ai fiaschi di paglia.

Il paradosso è che la scena ha funzionato come pubblicità involontaria. Il Chianti — e il vino italiano in generale — è entrato nell’immaginario popolare anglosassone attraverso la bocca di un cannibale raffinato. C’è qualcosa di molto italiano in questa storia.


5. Ratatouille (2007) — Il vino che spiega la memoria sensoriale

Ratatouille non è un film sul vino, ma contiene la spiegazione più accessibile e commovente che il cinema abbia mai dato del concetto di memoria sensoriale legata al gusto. La scena in cui il critico Anton Ego assaggia la ratatouille preparata da Remy e viene trasportato immediatamente all’infanzia — alla cucina di sua madre, a un sapore che credeva perduto — è una delle più belle degli ultimi vent’anni di cinema d’animazione.

Il vino c’entra in modo obliquo ma preciso. Ego è un critico gastronomico che arriva al ristorante e ordina il vino prima ancora di guardare il menu. La scena in cui sceglie una bottiglia di Bordeaux — una etichetta immaginaria ma visivamente coerente con uno Château classé — è costruita per mostrare un uomo che usa il vino come ancoraggio, come punto fermo in un mondo che deve giudicare. È la sua armatura.

Quello che Pixar ha fatto in questa scena — e che ha avuto un effetto reale sul modo in cui una generazione di genitori ha parlato di gusto ai propri figli — è rendere rispettabile l’idea che il cibo e il vino siano forme di memoria, non solo di nutrimento o piacere. Dopo Ratatouille è diventato leggermente meno strano spiegare perché un certo vino ti ricorda qualcosa di specifico, un posto, una persona, un momento. Il film ha dato un linguaggio popolare a qualcosa che i sommelier cercavano di spiegare da decenni con molto meno successo.


6. Mondovino (2004) — Il documentario che ha diviso il mondo del vino

Jonathan Nossiter, regista e sommelier, ha girato Mondovino come un atto di accusa verso la globalizzazione del gusto nel vino. Il film segue la diffusione dell’influenza del critico Robert Parker e delle consulenze di Michel Rolland sulle produzioni vinicole di tutto il mondo, dalla Borgogna al Brasile, da Bordeaux alla Toscana.

La tesi del film è che il gusto di un solo uomo — Parker, con il suo sistema di punteggi in centesimi — e il metodo di un solo consulente — Rolland, che consigliava micro-ossigenazione e maturazione in barrique nuova ovunque andasse — stessero omologando il vino mondiale verso un unico profilo: concentrato, morbido, con molto legno, molto frutto maturo, pochissima acidità.

Il “Parker effect” era già discusso nei circoli del vino prima del film. Mondovino lo ha portato fuori da quei circoli e lo ha reso un argomento di conversazione pubblica. Ha contribuito alla crescita dell’interesse per i vini “non parkerizzati” — i naturali, i vini da vitigni autoctoni, i produttori piccoli e artigianali che lavoravano controcorrente. In modo indiretto, ha preparato il terreno culturale per la stessa nicchia che Vino Boutique occupa oggi: vini di carattere, da produttori che non cercano il punteggio ma l’identità.


7. Eyes Wide Shut (1999) — Il vino come confine tra reale e onirico

Kubrick usa il vino in Eyes Wide Shut come fa con quasi tutti gli elementi scenici: come simbolo di soglia. Le scene in cui i personaggi bevono — il party iniziale, la sequenza nella villa — sono costruite in modo che il vino sia sempre presente nel momento in cui la realtà inizia a cedere. Non è mai il vino a causare quello che succede: è lì come marcatore del momento in cui le regole normali smettono di applicarsi.

È un uso del vino quasi opposto a quello di American Psycho: lì il vino è controllo, qui è il segno che il controllo sta per cedere. Kubrick raramente faceva cose per caso, e la presenza del vino in queste scene specifiche — e la sua assenza in altre — è probabilmente intenzionale.

Quello che Eyes Wide Shut ha lasciato nella cultura popolare, riguardo al vino, è più sottile degli altri esempi: ha rinforzato l’associazione tra vino e mondo adulto nel senso più ambiguo del termine — non solo sofisticazione e piacere, ma anche ambiguità, desiderio, confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. È un’associazione che il marketing del vino usa da sempre, spesso in modo meno intelligente di quanto facesse Kubrick.


Fuori Scena: cosa viene dopo

Il vino nel cinema è solo il primo territorio di questa rubrica. Nelle prossime uscite di Fuori Scena: i dischi che i grandi vignaioli ascoltano in cantina durante la vendemmia, i romanzi in cui il vino ha cambiato la trama, le opere d’arte in cui il bicchiere dice qualcosa che il soggetto non dice.

Se vuoi esplorare i vini della nostra selezione mentre aspetti la prossima puntata, inizia dai vini bianchi: molte delle bottiglie che trovi hanno storie altrettanto cinematografiche di quelle che hai appena letto.

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